IoT e privacy

In anni recenti, il comparto IoT è cresciuto in modo esponenziale, nonostante o forse soprattutto grazie alla pandemia. Tutto questo, grazie a una trasformazione da soluzioni di connettività e progetti a lungo bloccati nella fase di testing, a soluzioni prodotte e integrate con piattaforme e applicativi.

Perfino chi si occupa di analisi non misura più solo il numero di dispositivi IoT venduti, ma la quantità e tipologia di applicazioni disponibili. Secondo l’Osservatorio IoT della School of Management del Politecnico di Milano, è stata rilevata, in particolare, una crescita dell’offerta di servizi. Parliamo di 3 miliardi di euro, con un aumento del +25% dal 2020.

Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio IoT, ha dichiarato che: “Si assiste al lancio di nuove strategie e business, e a un incremento delle aspettative per il futuro”. Queste aspettative derivano anche dalle risorse destinate all’IoT dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), che ammontano a 29,78 mld di euro in diversi ambiti tra cui Smart Factory, Smart City, Smart Building e Assisted Living.

Applicazioni innovative

Inoltre, l’analisi condotta dall’Osservatorio del Politecnico mostra un dato molto importante: l’80% delle grandi aziende coinvolte ha attivato servizi basati sull’Internet of Things, mentre il 36% delle grandi imprese e il 40% delle PMI ha aumentato gli investimenti.

Una spinta decisiva arriva anche dal tema della sostenibilità ecologica, poiché le soluzioni IoT aiutano a monitorare il consumo in eccesso o le emissioni tossiche. E non solo, perché le tecnologie IoT supportate da intelligenza artificiale (AI) possono essere utilizzate anche nell’ambito della logistica o per la biometria contactless, con il riconoscimento di persone e oggetti.

Nuovi rischi privacy

Tuttavia, queste nuove applicazioni, sempre più diffuse sul mercato, rappresentano un campanello d’allarme per i Data Protection Officer (DPO). Infatti, se da un lato, grazie all’IoT, l’industria sta facendo passi da gigante, dall’altro anche settori più delicati stanno utilizzando queste tecnologie. Ad esempio, possiamo citare la gestione del personale, i servizi al cittadino, la telemedicina, il fitness e benessere.

All’interno di questi ambiti particolari, i nuovi dispositivi connessi costituiscono nuove vulnerabilità, impattando sul rischio correlato al trattamento dei dati. Ogni dispositivo, infatti, rappresenta un punto di accesso per eventuali cyber attacchi. Questo include anche la situazione geopolitica in cui, molto spesso, i conflitti bellici diventano cyber war.

Per questo, la vigilanza delle istituzioni è molto elevata. I nuovi standard stabiliti in materia di sicurezza sono dedicati alla tutela dei consumatori e utenti dei servizi.

Linee guida e normative internazionali

La necessità di tutelare chi usufruisce di sistemi IoT sono molteplici, a partire dalla costituzione di validi sistemi di vigilanza. Non basta accertarsi della sicurezza fisica del dispositivo e dell’apparato, ma occorre verificare anche la riservatezza, l’integrità e la disponibilità delle informazioni trasmesse, dati personali inclusi.

Nel 2022 l’International Organization for Standardization (ISO), unitamente all’International Electrotechnical Commission (IEC), ha pubblicato lo standard ISO/IEC 27400:2022, a cui seguiranno l’anno prossimo nuovi standard ISO.

La nuova linea guida stabilisce standard relativi ai rischi e ai controlli sulla sicurezza, IoT e privacy. Infatti, sono stati individuati 45 controlli da compiere, tutti accompagnati da uno scopo ben definito, dalle parti responsabili, il dominio IoT e una guida per implementare le soluzioni IoT in sicurezza.

Di seguito alcuni dei principali controlli:

  • Stabilire una politica per la sicurezza IoT
  • Implementare linee guida per gli utenti IoT
  • Informare gli utenti sul trattamento dei dati, sulle misure di sicurezza adottate e fornire i contatti utili del servizio di supporto
  • Gestire le responsabilità dei fornitori e parti coinvolte nel trattamento dati
  • Verificare la corretta progettazione dei dispositivi e sistemi IoT, basandosi sui principi di privacy e security by design
  • Limitare la raccolta indiretta di dati, con il principio “privacy by default”

Di recente, anche l’Agenzia UE per la cibersecurity (ENISA) ha sviluppato linee guida per prevenire eventuali minacce alle infrastrutture intelligenti, evidenziando buone pratiche di sicurezza e suggerendo indicazioni utili per operatori e decisori.

Nel sito web di ENISA è presente un’area tematica interamente dedicata all’argomento, con le buone pratiche suddivise in base a settori e ambiti di applicazione. Tutte queste normative costituiscono elementi essenziali per prevenire il rischio e adempiere al Regolamento europeo per la protezione dei dati personali.

Il ruolo dei DPO per IoT e privacy

Antonello Soro, ex presidente dell’Autorità Garante, nel 2019 ha dichiarato: “Le innovazioni connesse alle tecnologie digitali sembrano scardinare le coordinate del diritto”.

Questo alla luce della diffusa carenza di un quadro normativo completo ed efficace, colmata solo in minima parte dagli standard e dalle linee guida di cui abbiamo parlato. Per questo, il ruolo dei DPO assume una sempre maggiore importanza. Il rispetto del Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali deve indicare la strada per una corretta sorveglianza sui sistemi IoT.

Per la stessa ragione, l’articolo 39 del GDPR attribuisce ai DPO il compito di verificare gli adempimenti previsti dal Regolamento, nel rispetto dei principi fondamentali, nonché delle norme emanate dalle autorità internazionali. Questi standard e linee guida sono, al momento, tutto quello che abbiamo per sviluppare checklist di conformità efficaci per la sicurezza e la privacy, da utilizzare durante le attività di audit condotte nelle aziende.

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Industrial IoT

Industrial IoT, il World Manufacturing Forum di Cernobbio evidenzia la necessità della formazione per affrontare la rivoluzione digitale

Ormai è chiaro. Quando si parla di Industrial IoT, la trasformazione del settore industriale, e nello specifico dell’ambito manifatturiero, può avvenire solo attraverso le competenze degli operatori. Sarà necessario evolvere la formazione e aggiornare le conoscenze in loro possesso, per consentire alle industrie di affrontare la riconversione digitale. È questo il messaggio lanciato mediante il report presentato al World Manufacturing Forum di Cernobbio, che ha evidenziato anche i possibili scenari delle professioni future ricercate dalle aziende.

Lo skill gap interessa milioni di lavoratori

Il cosiddetto “skill gap” (divario delle competenze) è oggi sempre più evidente. In particolare, MC Kinsey stima che a livello mondiale, entro il 2030, saranno necessari circa 800 mln di posti di lavoro con qualifiche maggiori rispetto a quelli attuali. Eppure, l’incremento dell’automazione cancellerà circa 400 mln di posti di lavoro, con una quota significativa nelle regioni occidentali.

Infatti, anche se l’occupazionale della digitalizzazione ha un saldo positivo, è facile comprendere che il passaggio non sarà semplice. La sua attuazione richiederà l’aggiornamento delle competenze e della formazione, soprattutto per il settore industriale. Questo perché, già allo stato attuale, le imprese faticano a trovare professionisti in grado di comprendere le tecnologie legate all’ambiente di produzione (AI, realtà aumentata, ecc). Lavorare per un’Industria 4.0, infatti, non significa solo portare nuovi strumenti nelle fabbriche, quanto focalizzare i processi produttivi sulle persone. Per questo, le risorse devono essere dotate di competenze adeguate per svolgere le varie mansioni.

10 competenze necessarie per le imprese

Quindi, in un prossimo futuro, quali saranno le skill e competenze che le aziende richiederanno di più? Secondo lo studio del WMF, le caratteristiche principali saranno quelle elencate qui sotto:

  1. Alfabetizzazione digitale, ovvero l’abilità d’interagire, capire, abilitare e sviluppare nuovi sistemi di produzione digitale, tecnologie, applicazioni e strumenti
  2. Capacità di progettare soluzioni per l’analisi dei dati e AI, nonché d’interpretare i risultati in modo critico
  3. Problem solving creativo
  4. Mentalità imprenditoriale, con proattività e capacità di pensare fuori dagli schemi
  5. Capacità di lavorare in sicurezza ed efficacemente con le nuove tecnologie
  6. Mentalità interculturale inclusiva e diversificata
  7. Capacità di gestire cybersecurity, privacy e conservazione dei dati e delle informazioni
  8. Capacità di gestire l’aumento della complessità
  9. Competenze comunicative verso colleghi, strumenti IT e AI attraverso diverse piattaforme e tecnologie
  10. Apertura al cambiamento e capacità di trasformazione.

Uno sforzo formativo necessario

Infatti, non è un caso che i sei lavori emergenti evidenziati dalla ricerca abbiano pochi punti in comune con la produzione industriale tradizionale. Negli anni a venire, le aziende assumeranno soprattutto:

  • Digital Ethics Officer
  • Lean 4.0 Engineer
  • Industrial Big Data Scientist
  • Collaborative Robot Expert
  • IT/OT Integration Manager
  • Digital mentor

Si tratta di ruoli che richiedono competenze e professionalità relative ad aspetti qualitativi e cognitivi, non facili da ottenere. Le nuove professioni digitali per l’industria saranno, quindi riservate a pochi?

Tutti i governi, organizzazioni e società dovranno affrontare uno sforzo formativo straordinario. Dovranno sviluppare le politiche formative necessarie a creare quelle skill indispensabili nell’industria e nello smart manufacturing. E non basta, perché occorrerà lavorare anche sulla cattiva reputazione che circonda il settore. Ancora oggi, infatti, le fabbriche vengono considerate come un luogo di lavoro ricco di azioni ripetitive e povero di creatività.

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Osservatorio IoT

I valori di mercato secondo l’Osservatorio IoT 2022

Recentemente, l’Osservatorio IoT 2022 ha riscontrato una forte crescita di mercato, pari al 22% in più rispetto al 2020, che si attesta sui 7,3 mld di euro. Un risultato molto al di sopra dei livelli pre-Covid, poiché nel 2019 l’IoT valeva 6,2 mld di euro. Allo stesso tempo, l’offerta di nuove soluzioni IoT si sta incrementando con servizi di valore, grazie a grandi quantità di dati raccolti dagli oggetti connessi. Non a caso, il valore dei servizi dell’Internet delle Cose raggiunge quota 3 miliardi di euro, circa il 40% del mercato IoT complessivo, +25% rispetto al 2020.

Gli oggetti connessi in Italia sono 110 mln (circa 1,8 per abitante). Alla fine del 2021 sono state registrate 37 mln di connessioni IoT cellulari (il 9% in più rispetto al 2020) e 74 mln di connessioni abilitate da altre tecnologie di comunicazione (il 25% in più). Tra queste, un’enorme contributo arriva dalle reti LPWA (Low Power Wide Area) che sono raddoppiate in un solo anno (da 1 a 2 milioni di connessioni totali).

La spinta maggiore proviene soprattutto dalle applicazioni che sfruttano un sistema IoT non per cellulari, con un innalzamento del 30%, pari a 3,9 mld di euro. Una crescita contenuta, invece, quella delle applicazioni che sfruttano la connettività cellulare (+6% con 3,4 mld).

PNRR e IoT: cosa succederà a partire dal 2022

Le risorse del PNRR che interesseranno l’Internet degli Oggetti ammontano a 29,78 mld di euro. Di questi, 14 mld sono dedicati alle Smart Factories. 4 mld, invece, sono dedicati all’Assisted Living e alla telemedicina.

L’argomento delle Smart City riguarda varie “Missioni” elencate nel PNRR, con 2,5 mld di euro per la Rigenerazione Urbana (Missione 5), e altri 2,5 mld per la Gestione del rischio di alluvione e rischio idrogeologico (Missione 2). Inoltre, 900 mln saranno destinati a una rete idrica più digitale, per ridurre le perdite e ripartire i consumi.

E lo Smart Building non è da meno. A proposito di efficienza energetica e sostenibilità, parte degli investimenti sarà destinato alle Smart Grid. Nello specifico, 3,6 mld saranno impiegati per migliorare l’efficienza della rete, facilitando il passaggio al riscaldamento e al raffrescamento con le pompe di calore e migliorando la gestione dell’energia elettrica.

Oltre a questi elencati, ulteriori interventi saranno indirettamente legati alle tecnologie IoT Internet of Things, per poter consolidare l’infrastruttura abilitante. Ad esempio, circa 7 mld di euro saranno rivolti alle reti ultraveloci, con banda ultra-larga e 5G. E sono previsti anche 8,4 mld per il rinnovo dei mezzi di trasporto (treni, autobus e navi), e 4,8 mld per digitalizzare la logistica.

Internet of Things IoT, aumentano gli investimenti

Secondo l’indagine condotta dall’Osservatorio IoT 2022, con 95 grandi imprese e 302 PMI italiane coinvolte nell’Industrial IoT, emerge che l’80% delle grandi aziende ha già attivato servizi basati su Internet Things, con un aumento del 4% rispetto al 2020.

Da un lato, quindi, le grandi aziende hanno compreso appieno le potenzialità di queste nuove misure, in quanto il 70% ritiene che il PNRR porterà grandi opportunità per investire in tecnologie IoT. Dall’altro, le PMI non sanno fornire un parere sull’argomento (28% delle imprese esaminate), evidenziando una sostanziale distanza rispetto al tema.

Le dimensioni aziendale, infatti, determinano il livello di conoscenza delle applicazioni per l’Industrial IoT. Se il 96% delle grandi aziende dichiara di conoscere le soluzioni per l’Industria 4.0, solo il 46% delle piccole aziende ne ha sentito parlare. E mentre il 69% delle “big companies” ha avviato almeno un progetto, solo il 27% delle PMI si è cimentato nell’impresa.

Facendo un raffronto con il 2020, si attesta solo una lieve riduzione del gap (-3%) esistente tra grandi imprese e PMI in termini di conoscenza. L’aumento è lieve (+3%) anche per la diffusione dei progetti. Le PMI, quindi, non riescono ancora a viaggiare verso l’innovazione tecnologica 4.0.

Tecnologie LPWA

Tutte le diverse tecnologie che vanno sotto il nome di Low Power Wide Area – LPWA (banda non-licenziata) sono sempre più diffuse per lo sviluppo di soluzioni IoT, grazie a una raggiunta maturità tecnologica che si sta consolidando in modo sempre più ampio.

Il 2021, in particolare, è stato un anno rilevante per le tecnologie LoRaWAN e SigFox. Il LoRaWAN è stato riconosciuto come lo standard dall’International Telecommunication Union (ITU-T), principale ente di standardizzazione per le tecnologie di comunicazione. E SigFox sta rafforzando la sua presenza sul mercato con l’installazione di nuove reti.

Per quanto riguarda l’interoperabilità, l’evoluzione delle tecnologie abilitanti prosegue la sua strada con il rafforzamento degli ecosistemi digitali. Nel 2021, in particolare, lo sforzo congiunto delle aziende membri della Connectivity Standard Alliance (CSA) si è rivolto alla stesura delle specifiche di Matter. Si tratta del protocollo per l’interoperabilità della Smart Home, anche se in ritardo sulla timeline del 2020.

E le prime dimostrazioni, presentate al CES di Las Vegas all’inizio del 2022, testimoniano il discreto avanzamento delle specifiche oggi definite, e la crescente presenza della tecnologia a supporto degli standard aziendali nel mercato globale.

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AI-Italia-competenze-digitali-per-le-aziende

L’Artificial Intelligence in Italia è un argomento dibattuto, tanto che sono 45.000 i paper pubblicati in soli 5 anni. Eppure, solo il 6% delle imprese utilizza AI e IoT

Come cambia il mondo in 5 anni? Molto, se consideriamo che l’AI in Italia è diventato uno degli argomenti scientifici più dibattuti nel nostro Paese e non solo. In soli 5 anni, l’Italia si è piazzata al nono posto tra i dieci Paesi più attivi del mondo nella ricerca sull’intelligenza artificiale, con 45.000 pubblicazioni.

Il progresso tecnologico prosegue la sua corsa a un ritmo serrato, e anche l’intelligenza artificiale diventa più sofisticata. Giorno dopo giorno, aumentano i nuovi servizi per le imprese basati su questa tecnologia, nonché le sue applicazioni tra cui i sistemi IoT.

Eppure, in Italia l’utilizzo dell’AI nelle imprese procede in maniera molto lenta. A tal proposito, secondo un’analisi di Eurostat, nell’UE solo 2 aziende su 10 hanno introdotto sistemi d’intelligenza artificiale. L’Italia, invece, scende al 6%. Eppure il nostro mercato ha enormi potenzialità, come confermato da Assintel che stima si raggiungeranno 1,4 miliardi di euro già il prossimo anno, con un +40% rispetto al triennio.

AI Italia – competenze digitali per le aziende

Mentre da un lato, quindi, assistiamo a un mercato in espansione, dall’altro si evidenzia una grande difficoltà da parte delle imprese, forse legata alla fatica di restare al passo con la rapidità di evoluzione propria dell’AI.

Se così fosse, le imprese dovranno porsi come obiettivo riuscire a comprendere i servizi e i vantaggi legati all’Intelligenza Artificiale e alle sue applicazioni, ad esempio l’IoT, perché si tratta d’informazioni a cui, spesso, sembrano non avere accesso. Le potenzialità sono tante: snellire i processi, prendere decisioni basate sui dati, aumentare l’efficienza, migliorare il rapporto con clienti e utenti, ottimizzare i magazzini, automatizzare processi standardizzati e aumentare le risorse dedicate ad altri progetti.

Eppure, in Italia le imprese non hanno figure professionali in grado d’interpretare e comunicare questi vantaggi. C’è carenza di data scientist capaci di far capire agli imprenditori come e perché dovrebbero investire sull’AI e IoT.

Il data scientist del futuro

Come rilevato dall’Osservatorio del Politecnico di Milano, il numero di data scientist è cresciuto del 28% nel 2021 rispetto all’anno precedente. La progressione, però, non è omogenea poiché riguarda solo le grandi aziende, che avevano già iniziato a investire nel passato. Il 49% delle grandi aziende ha almeno un data scientist e il 59% almeno un data engineer. Nelle PMI, invece, spesso non sono proprio presenti.

In ogni caso, sembra che sia solo una questione di tempo. Anche in Italia stanno aumentando i corsi universitari pensati per questo tipo di professionisti e la loro immissione nel mondo del lavoro. Queste figure sapranno valutare quali servizi AI possono portare benefici nella propria azienda, in svariati settori produttivi. Infatti, l’AI è una commodity per le imprese che non serve a risolvere una singola esigenza, ma è potenzialmente in grado di risolverle tutte.

In futuro, probabilmente, i data scientist capiranno che l’intelligenza artificiale funziona come altre innovazioni tecnologiche. Ovvero, la maggior parte di noi non saprà spiegare esattamente come funzioni, anche se la usiamo quotidianamente. Eppure sarà al servizio di imprese e persone.

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Dispositivi IoT connessi: nel 2022 in crescita del 18% per un totale di 14,4 miliardi a livello globale

Il mese scorso, IoT Analytics ha pubblicato un report approfondito sullo “Stato dell’Internet of Things – Edizione primavera 2022”. Questo rapporto offre dati aggiornati sull’attuale mercato e sulle previsioni dell’IoT, che includono sviluppi macroeconomici, uno sguardo ai 100 maggiori round di finanziamento IoT e molto altro.

Knud Lasse Lueth, CEO di IoT Analytics, ha dichiarato: “Nel 2022, il mercato dell’Internet delle cose dovrebbe crescere del 18% e fino a 14,4 miliardi di connessioni attive. Entro il 2025, con l’allentarsi dei vincoli di fornitura e l’ulteriore accelerazione della crescita, ci saranno circa 27 miliardi di dispositivi IoT connessi”.

L’analista di IoT Analytics Mohammad Hasan ha aggiunto che: “L’IoT sta ancora affrontando una serie di sfide: catena di approvvigionamento vincolata, inflazione, nuovi ceppi del virus, crisi geopolitica. Eppure, le condizioni di forte domanda continuano a supportare la redditività della maggior parte dei player con riferimento all’IoT”.

Aggiornamenti di mercato Internet Things: i trend del 2022

Dunque, la carenza di chip continua a rallentare la ripresa del mercato dell’Internet delle cose. Il numero di connessioni IoT globali è cresciuto dell’8% nel 2021 fino a 12,2 miliardi di endpoint attivi: una crescita decisamente inferiore rispetto agli anni precedenti.

Nonostante la domanda di soluzioni IoT in forte espansione e un sentiment positivo nella comunità IoT, si prevede che l’impatto della carenza di chip sul numero di dispositivi connessi proseguirà ben oltre il 2023. Altri ostacoli per i mercati IoT sono costituiti dalla pandemia COVID-19 in corso e dalle interruzioni generali della catena di approvvigionamento. Nel 2022, il mercato dell’Internet degli oggetti dovrebbe crescere del 18%, fino a 14,4 miliardi di connessioni attive. Entro il 2025, con l’allentamento dei vincoli di fornitura e con l’ulteriore accelerazione della crescita, potrebbero esserci circa 27 miliardi di dispositivi IoT connessi.

Sia i dati effettivi per il 2021 che le attuali previsioni per il 2025 sono inferiori a quanto stimato in precedenza. La stima per il 2021 era di 12,3 miliardi di dispositivi IoT connessi, mentre la previsione per il 2025 era di 27,1 miliardi di dispositivi.

Vediamo, ora, dove potremmo essere diretti nei prossimi anni.

Internet of Things IoT nel 2022: sentiment attuale del mercato

Attualmente, il sentiment per le aziende nel settore digitale e IoT rimane positivo, nonostante sia in calo rispetto ai massimi del quarto trimestre 2021. Il Covid-19 ha accelerato l’adozione del sistema IoT.

Phil Gallagher, CEO di Avnet, ha dichiarato che: “Una forte domanda è stata nuovamente diffusa nei nostri mercati finali [nel primo trimestre del 2022]. Nel complesso, continuiamo a prevedere condizioni favorevoli della domanda, che si manterranno per tutta la seconda metà dell’anno”.

Anche Phil Brace, CEO di Sierra Wireless, ha affermato: “Stiamo assistendo a un continuo slancio nei mercati chiave dell’IoT, inclusi quelli industriali, aziendali, energetici e di primo intervento. La pandemia di COVID-19 ha accelerato l’Industria 4.0″.

Da un punto di vista regionale, il sentiment in Nord America è in testa, con l’Asia Pacifica in ritardo, in particolare la Cina, dove i nuovi blocchi COVID-19 sono visti come una minaccia-chiave alla crescita del business nella regione.

IoT dopo il 2022: macro temi che influiscono sulle previsioni dei dispositivi IoT

Nella ricerca effettuata da IoT Analytics sono stati messi in evidenza otto macro-temi da tenere d’occhio, molti perfino correlati tra loro. Eccone alcuni:

  1. Inflazione. Le previsioni di crescita globale sono in calo. L’inflazione supera il 5% annuo nella maggior parte delle principali economie del mondo, aumentando le aspettative di aumento dei tassi di interesse e un successivo raffreddamento dell’economia.
  2. La guerra in Ucraina. La terribile guerra si aggiunge alle interruzioni dell’approvvigionamento e alle preoccupazioni per l’inflazione. Il ministro di Stato per l’elettronica e l’informatica in India, Rajeev Chandrasekhar, ha dichiarato: “Il conflitto Russia-Ucraina ha avuto un impatto sulle catene di approvvigionamento in numerosi settori, tra cui l’industria dei semiconduttori. Il conflitto potrebbe avere un impatto particolare sulla fornitura di gas Neon ed esafluorobutadiene, elementi essenziali per la produzione di chip semiconduttori”.
  3. La guerra per i talenti digitali. Molte aziende stanno affrontando un’enorme sfida per trovare manodopera qualificata per andare avanti con la trasformazione digitale, l’IA, l’IoT e i progetti cloud. Il numero di annunci di lavoro che includevano “IoT” è cresciuto del +32% tra luglio 2021 e aprile 2022. Gli annunci di lavoro che includevano “AI” (+48%), “Edge Computing” (+53%) e “5G” (+ Il 52%) erano ancora di più.

A causa di alcuni di questi fattori macro, le aziende sono costrette a concentrarsi maggiormente sull’efficienza operativa per evitare le pressioni sui costi e garantire la fornitura ai clienti.

Altri punti salienti dello studio sullo stato dell’IoT

Siamo a livelli record per gli investimenti in VC delle aziende IoT. Il finanziamento di Global VC per le aziende incentrate sull’IoT è aumentato fino a $ 1,2 miliardi nel primo trimestre del 2022, rispetto ai soli 266 milioni di dollari nel primo trimestre del 2021. Con meno accordi in totale, eppure con una serie di round di finanziamento notevoli. Gli investimenti più recenti si sono concentrati su intelligenza artificiale e analisi, sicurezza informatica e connettività IoT.

Diverse grandi acquisizioni sono incentrate sull’IoT. Le aziende specializzate in intelligenza artificiale e analisi, software IoT e semiconduttori o chip rappresentano collettivamente circa il 45% di tutte le principali acquisizioni tra il terzo trimestre del 2021 e il primo trimestre del 2022. Molti di questi accordi sono stati guidati dal desiderio di creare prodotti dotati di un più completo stack tecnologico, riducendo la dipendenza dall’esterno. Tra gli annunci più rilevanti ci sono l’acquisizione di Blue Yonder da parte di Panasonic (8,5 miliardi di dollari) e l’acquisizione di Ecobee da parte di Generac Power Systems (770 milioni di dollari).

In conclusione

La crescita del numero di dispositivi connessi è rallentata nel 2021, tuttavia si prevede una nuova accelerazione nel 2022 e negli anni successivi. Nonostante l’inflazione e le interruzioni prolungate dell’offerta per il mercato IoT, il sentiment generale continua a essere positivo. E il numero di dispositivi IoT connessi dovrebbe raggiungere ben 14,4 miliardi entro la fine del 2022.

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Abb, a Dalmine la prima fabbrica 4.0 a “impatto zero”, verso la carbon neutrality grazie a digitalizzazione e IoT

Si trova a Dalmine, in provincia di Bergamo, il primo stabilimento Abb italiano a raggiungere il riconoscimento di fabbrica “Mission to zero”. L’obiettivo dello stabilimento a impatto zero è stato raggiunto con l’introduzione d’innovazioni tecnologiche e digitalizzazione che hanno permesso di tagliare del 25% le emissioni di CO2 dello stabilimento.

ABB è una nota multinazionale elettrotecnica svizzero-svedese con sede a Zurigo, operante nel settore della robotica, dell’energia e dell’automazione in oltre 100 paesi. Nel 2018 si è classificata al 341º posto nella lista di Fortune Global 500.

La multinazionale ha come obiettivo il raggiungimento della “carbon neutrality” in tutte le sue attività entro il 2030. “Mission to zero” fa parte di questo percorso ed è un aspetto fondamentale per la creazione di una supply chain più sostenibile per i clienti.

Lo stabilimento storico di Dalmine, costruito nel 1979, copre 45.000 mq. e viene utilizzato da Abb per produrre interruttori e quadri elettrici di media tensione.

Nel 2020 Abb Dalmine è stata riconosciuta Lighthouse plant dal Ministero dell’economia (MISE) nell’ambito di un piano di promozione dello sviluppo digitale e dell’utilizzo di tecnologie innovative per il settore industriale. Ed è diventata esempio concreto di come le tecnologie digitali si applicano ai processi produttivi.

Monitoraggio energetico grazie all’IoT

Il programma Mission to zero mira a creare esempi di siti produttivi a basse emissioni che possano essere replicati da partner Abb e clienti in tutto il mondo, per strutture nuove o già esistenti. Il programma si basa su una serie di attività per migliorare la sostenibilità in tutte le attività di un sito, dalla riduzione delle emissioni di CO2 alla conservazione delle risorse.

Il sito di Dalmine è già alimentato con il 100% di energia verde da fonti rinnovabili certificate Enel Green Power. Tuttavia, per raggiungere lo status di Mission to zero, i tre edifici della fabbrica sono stati dotati di 4.000 m2 di pannelli fotovoltaici. I pannelli generano una potenza di picco che fornisce circa il 20% del fabbisogno energetico della fabbrica e aiuta a bilanciare la domanda del sistema di aria condizionata nei mesi estivi.

Con più di 70 sensori installati in tutto lo stabilimento, la piattaforma Abb Ability energy and asset manager sfrutta l’Internet of things (IoT) per monitorare il consumo di energia ed evidenziare le opportunità di risparmio energetico. Sulla base dei risultati del monitoraggio, ad esempio, il sistema d’illuminazione esterna è stato sostituito con lampade a Led ad alta efficienza, riducendo il consumo di 76.000 kWh all’anno. Cioè, l’energia necessaria per ricaricare la crescente flotta di veicoli elettrici del sito.

Approccio basato sull’economia circolare

Basandosi su un approccio di economia circolare, il team dedicato alla sostenibilità dei prodotti Abb analizza e certifica fornendo il Life cycle assessment e le dichiarazioni ambientali di prodotto (Epd). Inoltre, a Dalmine si presta grande attenzione alla conservazione delle risorse per ridurre gli sprechi, ad esempio riutilizzando casse di plastica per il trasporto dei componenti tra le fabbriche Abb in Europa e l’uso di plastica riciclata per gli imballaggi.

Con queste iniziative, Dalmine ha ridotto le emissioni di CO2 di circa 2.200 tonnellate negli ultimi due anni. L’equivalente delle emissioni di un’auto che percorre 360 giri attorno alla Terra lungo l’Equatore.

E non solo, perché da anni Abb Dalmine è parte del progetto Workplace health promotion per la promozione di buone pratiche per la salute dei dipendenti, tra cui il contrasto al fumo (lo stabilimento è “Fabbrica libera dal fumo” dal 2016), la corretta alimentazione e uno stile di vita sano.

Supply chain sostenibile: un modello replicabile

Il presidente della divisione Distribution solutions di Abb, Alessandro Palin, ha dichiarato: “I nostri clienti vogliono rendere le loro supply chain più sostenibili e si rivolgono sempre più spesso a noi per le dichiarazioni ambientali di prodotto Epd”. Inoltre, ha precisato che “Lo stabilimento di Dalmine è un modello replicabile dai nostri clienti: un esempio positivo di come tecnologie innovative e digitalizzazione possono ridurre le emissioni del 25%”.

Il Direttore dell’unità produttiva di Dalmine, Massimiliano Callioni, ha affermato: “Fondamentale per il raggiungimento di questo importante risultato, oltre alle innovative tecnologie IoT installate, è stato il coinvolgimento attivo dei dipendenti che supportano le pratiche sostenibili nelle loro attività di tutti i giorni, anche attraverso il corretto smaltimento dei rifiuti e un utilizzo più attento di carta e plastica”.

Un esempio tangibile di come uno sviluppo intelligente, basato su tecnologie IoT, può contribuire a migliorare il nostro pianeta.

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IoT, PoliMi: nel 2021 il mercato dell’Internet degli Oggetti supera i 7 miliardi di euro (+22%)

Secondo i dati più recenti, il 2021 è stato un anno importante per l’IoT (Internet of Things) in Italia. Infatti, si è verificata una forte crescita nel settore, pari al +22% rispetto al 2020, raggiungendo i 7,3 miliardi di euro. Questo significa che ha superato i livelli pre-Covid (nel 2019 valeva 6,2 miliardi di euro). Inoltre, l’offerta di soluzioni IoT si sta evolvendo con nuovi servizi di valore, grazie alle grandi quantità di dati raccolti dagli oggetti connessi. Infatti, attualmente il valore dei servizi ha raggiunto i 3 miliardi di euro (circa il 40% del mercato IoT totale, +25% rispetto al 2020).

In Italia, gli oggetti connessi e attivi sono già 110 milioni (poco più di 1,8 per abitante). Alla fine del 2021 sono stati registrati 37 mln di connessioni IoT cellulari (+9% rispetto al 2020), con 74 mln di connessioni abilitate da altre tecnologie di comunicazione (+25%). Di queste, una forte spinta arriva dalle reti LPWA (Low Power Wide Area), raddoppiate in un solo anno. Infatti, queste ultime sono passate da 1 a 2 mln di connessioni. Sono le applicazioni che usano tecnologie di comunicazione non cellulari a spingere il mercato, con 3,9 miliardi di euro (+30%). Crescita più contenuta, +6% a 3,4 miliardi di euro, invece, per le applicazioni che sfruttano la connettività cellulare.

Smart Factory, Smart City, Smart Building e Assisted Living

Tuttavia, ora grazie al PNRR si aprono grandi opportunità per l’Internet of Things. Molti degli investimenti previsti all’interno del Piano (Smart Factory, Smart City, Smart Building e Assisted Living) riguardano ambiti in cui l’Internet of Things può giocare un ruolo chiave, con 30 miliardi di euro complessivi. Sono questi alcuni risultati della ricerca svolta dall’Osservatorio Internet of Things della School of Management del Politecnico di Milano.

Secondo Giulio Salvadori, Direttore dell’Osservatorio IoT, “Il mercato dell’Internet of Things si trova in una fase di grande sviluppo sia dal punto di vista della crescita economica che della consapevolezza dei vari attori. Aziende, PA e consumatori sono sempre più interessati a gestire da remoto asset e dispositivi smart, attivandone servizi e funzionalità avanzate”.

Per questo, nei prossimi anni affronteremo una sfida che potrà determinare il futuro delle prossime generazioni. La transizione ecologica potrà essere supportata da processi più efficienti e da strumenti smart che consentono la riduzione dei consumi di energia. In quest’ambito l’Internet Things può svolgere un ruolo importante, e proprio per questo sono quasi 30 i miliardi di euro contenuti nel PNRR che riguarderanno progetti basati su tecnologie IoT.

PNRR e Internet delle Cose

Complessivamente, le risorse del PNRR che possono interessare il mondo dell’Internet of Things IoT ammontano a 29,78 mld di euro. Di questi, 14 miliardi sono destinati ad ambiti che riguardano la Smart Factory, e 4 miliardi all’Assisted Living, in particolare riguardo la telemedicina. Per le Smart City sono previsti 2,5 mld in Rigenerazione Urbana (Missione 5), 2,5 mld per la Gestione del rischio di alluvione e del rischio idrogeologico (Missione 2), e 900 mld per una Rete idrica più digitale. In merito allo Smart Building, i temi toccati sono l’efficienza energetica e la sostenibilità. A questo sono dedicati gli investimenti destinati alle Smart Grid. Si tratta di 3,6 mld per migliorare l’efficienza della rete e aumentare la capacità, per favorire una migliore gestione della produzione distribuita di energia elettrica.

Altri interventi, invece, sono legati indirettamente all’IoT Internet of Things per consolidare l’infrastruttura abilitante. Sono quasi 7 i miliardi di euro dedicati alle reti ultraveloci (banda ultra-larga e 5G), e 8,4 miliardi sono destinati al rinnovo di mezzi di trasporto tra cui treni, autobus e navi. Ancora, 4,8 miliardi vanno alla digitalizzazione della logistica.

Industrial IoT

L’Osservatorio ha condotto un’indagine approfondita coinvolgendo 95 grandi aziende e 302 PMI italiane nell’ambito Industrial IoT. Dagli studi è emerso che ben l’80% delle grandi aziende ha attivato servizi a valore aggiunto basati sull’Internet of Things.

Giovanni Miragliotta, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Internet of Things, ha evidenziato che “In due aziende su tre il contesto legato al Covid ha avuto ripercussioni sulle decisioni di investimento in nuovi progetti di Industrial IoT. Il fatto che sia maggiore il numero d’imprese che ha deciso d’investire costituisce un segnale incoraggiante, che può essere in parte attribuito anche agli investimenti previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza in area Industria 4.0”.

Tuttavia, anche se le grandi aziende apprezzano le potenzialità di queste misure, le PMI non sanno fornire un parere su questa tematica, dimostrando tuttora una certa distanza dall’argomento. Infatti, la dimensione aziendale determina anche il livello di conoscenza dell’Industrial IoT e del sistema IoT.

A fronte di un 96% delle grandi aziende che dichiara di conoscere le soluzioni IoT per l’Industria 4.0, solo il 46% delle PMI ne ha sentito parlare. Il 69% delle grandi aziende ha avviato almeno un progetto, mentre solo il 27% delle PMI ha fatto altrettanto. Lieve la riduzione del gap tra grandi e piccole aziende rispetto al 2020 (-3%). Le PMI, quindi, non riescono ancora a pensare all’innovazione in ottica 4.0.

Internet of Things Esempi di successo

Un esempio di successo è quello relativo alle tecnologie Low Power Wide Area (LPWA) in banda non-licenziata, sempre più diffuse per lo sviluppo di soluzioni IoT grazie a una raggiunta maturità tecnologica.

A tal proposito Antonio Capone, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Internet of Things, ha spiegato che: “Il 2021 è stato un anno rilevante per le tecnologie LoRaWAN e SigFox. LoRaWAN è stato formalmente riconosciuto come standard dall’International Telecommunication Union, il principale ente di standardizzazione delle tecnologie di comunicazione. Mentre SigFox ha lavorato per consolidare la sua presenza sul mercato e sul dispiegamento di nuove reti”.

Dal punto di vista dell’interoperabilità, prosegue inoltre l’evoluzione delle tecnologie abilitanti e il rafforzamento di ecosistemi IoT. Durante il 2021 si è consolidato lo sforzo dei membri della Connectivity Standard Alliance (CSA) verso la stesura delle specifiche di Matter, il nuovo protocollo per l’interoperabilità della Smart Home. E le prime dimostrazioni, presentate a Las Vegas all’inizio del 2022, testimoniano un buon livello di avanzamento delle specifiche e della tecnologia che andrà a supporto degli standard di mercato. Si tratta di risultati incoraggianti per gli esperti del mondo IoT, e la strada è in salita.

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Il nuovo accordo tra big dell’IoT per lo sviluppo di servizi innovativi con un focus sui velivoli a pilotaggio remoto

Aero & IoT, la collaborazione tra Telespazio e Iridium è pronta a stupirci. Queste aziende, infatti, hanno da poco stipulato un accordo di “Value Added Reseller” per offrire i servizi denominati Iridium Certus Aero e IoT a bordo di velivoli a pilotaggio remoto, nonché su droni, su piccoli aerei ed elicotteri e per le applicazioni basate sull’Internet of Things.

In seguito a questo accordo, Telespazio è diventato distributore ufficiale di prodotti e servizi Iridium Certus Aero e IoT. In questo modo, mira a rafforzare ulteriormente la collaborazione, ormai di lunga data, con Iridium, introducendo inoltre ulteriori servizi nella sua ampia gamma. Queste novità presenti in Telespazio potranno contribuire ad aumentare la connettività nel settore IoT terrestre e aeronautico, concentrandosi principalmente sul mercato dei velivoli a pilotaggio remoto, uno dei segmenti sicuramente di maggiore sviluppo nel business di Telespazio.

Sistema IoT e connettività elevata in tutto il mondo

In particolare Alessandro Caranci, Head of Satellite Communications di Telespazio, ha dichiarato: «Siamo orgogliosi di aver rafforzato la nostra partnership con Iridium per la fornitura dei servizi Iridium Certus Aero e IoT». Infatti, grazie a questo nuovo portafoglio di servizi, l’azienda punta ad ampliare la sua offerta nel mercato Aero e IoT con focus sulle comunicazioni per droni e Uav.

E non basta, perché con la stipula di questo accordo Telespazio sarà in grado di abilitare nuovi servizi innovativi garantendo un’elevata connettività in qualsiasi parte del mondo.

Lo ha confermato Bryan Hartin, Executive Vice President di Iridium: «Grazie alla sua grande esperienza e capacità, Telespazio è un partner ideale per Iridium, specialmente quando si tratta di un mercato in crescita come quello degli Uav e droni che operano “Beyond Visual Line of Sight Drone”, Bvlos». Questo perché Telespazio è in grado d’integrare il servizio Iridium Certus 100 con il suo attuale bagaglio di soluzioni tecnologiche, garantendo ai suoi clienti i vantaggi di quella che è l’unica rete satellitare al mondo capace di operare verso e a partire da qualsiasi parte del globo.

Una novità importante, che rende il nostro pianeta sempre più interconnesso.

blockchain

45 milioni di euro per la dotazione iniziale del fondo per lo sviluppo di tecnologie AI, blockchain e IoT: cosa sta succedendo in Italia?

Ben 45 milioni di euro sono le risorse destinate alla dotazione iniziale del Fondo per lo sviluppo di tecnologie e applicazioni d’Intelligenza Artificiale (AI), dei sistemi basati su registri distribuiti (blockchain) e Internet of Things (IoT). Il fondo è previsto dal decreto attuativo firmato il 9 dicembre 2021 dal Mise e dal Ministro dell’Economia e delle Finanze. Questo strumento ha l’obiettivo di promuovere la competitività del sistema imprenditoriale italiano con progetti di ricerca e innovazione legati al programma Transizione 4.0. In particolare, AI e blockchain sono due tematiche strategiche per lo sviluppo socio-economico che nei prossimi anni conquisterà i mercati.

Il panorama internazionale

La comunità internazionale e gli organi internazionali tra cui il G7, il G20, l’OCSE, la Commissione europea e le Nazioni Unite, già da anni portano avanti progetti, consultazioni pubbliche e proposte di regolamentazione che hanno come oggetto queste tecnologie. Nel 2019 l’OCSE ha adottato i cosiddetti Principi di Intelligenza artificiale, le prime regole internazionali concordate dai Governi per la gestione responsabile dell’intelligenza artificiale. E non solo, perché attraverso il Global Blockchain Policy Centre l’OCSE studia la blockchain identificando possibili approcci politici e normativi.

Nell’aprile 2021 la Commissione Europea ha creato una proposta di regolamento per l’AI, oggetto di dibattito delle riforme dell’Unione Europea come anche la problematica della regolamentazione sull’utilizzo delle blockchain. Inoltre, nel febbraio 2020 la Commissione per la comunicazione al Parlamento Europeo “Shaping Europe’s digital future” ha ribadito l’importanza della Blockchain inserendola fra le key action, con ampi piani di finanziamento di progetti pilota.

Il contesto italiano

Di pari passo con gli sviluppi internazionali, l’Italia aveva avviato nel 2018 un ambizioso progetto d’implementazione di una strategia nazionale sia per l’AI che per le blockchain. Il progetto è poi sfociato nella pubblicazione del Programma Strategico per l’Intelligenza Artificiale (IA) 2022-2024 del 24 novembre 2021; eppure, in materia di Blockchain è rimasto fermo alla consultazione pubblica conclusa il 20 luglio 2020.

Grande è però l’importanza delle due tematiche, anche per la centralità che rivestono sul piano politico, economico e sociale dei paesi, per l’elaborazione di strategie per la transizione al digitale.

La strategia nazionale sulla blockchain

Già nel 2018 si sono verificati due eventi di rilievo per la Blockchain in Italia, a partire dall’art. 8-ter del “decreto Semplificazioni 2019” (D.L n. 135/2018). Con quest’ultimo, infatti, è stata introdotta nel nostro ordinamento una disciplina delle tecnologie basate sulla blockchain e sugli smart contract. Queste disposizioni restano tuttora non applicate, poiché l’operatività venne subordinata all’emanazione da parte dell’Agenzia per l’Italia digitale degli standard tecnici che queste tecnologie avrebbero dovuto possedere: emanazione mai avvenuta.

Il secondo slancio di rilievo si è verificato quando, nel 2018, il Ministero dello Sviluppo Economico ha selezionato un gruppo di trenta esperti per fornire un quadro della situazione attuale e dei possibili sviluppi e ricadute socio-economiche derivanti da queste tecnologie. Il gruppo di esperti ha elaborato il documento “Proposte per una strategia italiana in materia di tecnologie basate su registri condivisi e Blockchain”, con le linee guida da seguire per definire il contesto della strategia nazionale.

Peraltro, nel documento si formulano delle raccomandazioni necessarie a favorire la diffusione della Blockchain, e si indicano le priorità su cui concentrare il sostegno finanziario, l’attività formativa e informativa, e lo sviluppo del quadro regolamentare, tenendo conto dei possibili scenari evolutivi di questa tecnologia.

Al fine di raccogliere osservazioni, suggerimenti o ulteriori elementi utili, il documento è stato quindi oggetto di consultazione pubblica dal 18 giugno al 20 luglio 2020. In modo che il Governo potesse poi redigere una strategia nazionale per Blockchain e registri distribuiti.

Blockchain, il ritardo

Ad oggi, purtroppo, non risulta che il Governo abbia divulgato materiali contenenti gli esiti della consultazione pubblica o la strategia nazionale in merito alla blockchain.

L’ampio ritardo non sembra essere giustificato da osteggiamento politico. Il Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, allora presidente della Bce, rispondendo ad alcune domande nell’ambito dell’iniziativa #AskDraghi (Twitter, 13 febbraio 2018), ha affermato di essere “molto interessato” alla tecnologia blockchain, in quanto capace di efficientare alcuni processi. Inoltre ha aggiunto che questa “nuova promettente tecnologia probabilmente sosterrà l’economia e creerà molti benefici”. Ora, quindi, occorre solo concludere i lavori.

AI, la strategia nazionale

Gli esiti sono molto diversi, invece, per la definizione della strategia nazionale sull’AI. Infatti, pare che il governo stia riversando maggiore attenzione e risorse finanziarie su questa tematica. In seguito all’esito dell’ultima consultazione pubblica, conclusasi il 31 ottobre 2020, è arrivato il Programma Strategico per l’Intelligenza Artificiale (IA) 2022-2024 frutto del lavoro congiunto del Ministero dell’Università e della Ricerca, del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale.

Questo documento è uscito dopo poco tempo dalla pubblicazione dell’AI watch, national strategies on artificial intelligence, analisi congiunta della Commissione Europea e dell’OECD, in cui si descrivono le strategie dei Paesi UE nel settore AI, che è uno di quelli a cui affidare la ripresa del vecchio continente. Dai dati emerge che, dei 28 Paesi analizzati, alcuni già da anni si sono dotati di documenti strategici, diversamente dall’Italia, Romania, Grecia, Irlanda, Croazia, Belgio e Austria, che ne sono o erano sprovvisti. Il Programma Strategico per l’AI è in linea con la Strategia Europea delineata nel “Coordinated Plan on Artificial Intelligence 2021”, e prevede 24 politiche da implementare nei prossimi tre anni per potenziare il sistema AI in Italia. Un’implementazione che sarà messa in atto attraverso la creazione e il potenziamento di competenze, ricerca, programmi di sviluppo e applicazioni di questa tecnologia.

Piani operativi

L’obiettivo di queste politiche, da finanziare con investimenti europei e nazionali, è di rafforzare la ricerca e incentivare il trasferimento tecnologico, per rendere il Paese un player internazionale sull’AI competitivo a livello globale. In questa prospettiva, il Programma Strategico per l’AI ha individuato le aree prioritarie e le politiche d’intervento con iniziative per i “talenti e competenze”, per cui sono previste azioni tese ad aumentare il numero di dottorati e attrarre in Italia i migliori ricercatori. E non basta, perché il Programma include politiche per promuovere corsi e carriere nelle materie STEM.

Decisive anche le politiche necessarie a rafforzare la struttura del sistema di ricerca italiano nell’AI, favorendo le collaborazioni tra il mondo accademico e della ricerca, l’industria, gli enti pubblici e la società. Questo avverrà incentivando la creazione di nuove cattedre di ricerca sull’AI, la promozione di progetti per stimolare il rientro in Italia di professionisti del settore, e finanziamenti di piattaforme per la condivisione di dati e software a livello nazionale.

L’ultima area di intervento riguarda le politiche finalizzate all’estensione dell’uso dell’AI nelle industrie e nella PA. Questo per supportare la “Transizione 4.0”, favorire la nascita e la crescita d’imprese innovative e supportarle nella sperimentazione dei prodotti del settore. Il tutto anche attraverso il rafforzamento dell’ecosistema GovTech in Italia. Quest’ultima misura, per esempio, prevede l’introduzione di bandi periodici per supportare le start-up che offrono soluzioni AI per risolvere i problemi critici del settore pubblico.

Da un punto di vista economico, l’intero programma di sviluppo della strategia dovrebbe essere finanziato dal budget pubblico con 888 milioni per i primi 5 anni, a cui saranno aggiunti altri 605 milioni provenienti da contributi privati.

Sfide da affrontare

Da notare che queste tecnologie lasciano ancora spazio a numerosi interrogativi. Al di là delle problematiche sulla protezione e il trattamento dei dati personali degli utilizzatori e la cyber security in generale dei sistemi basati sulla AI, ci sono due elementi cruciali con cui si dovrà confrontare il Programma Strategico nazionale.

La prima sfida è quella per la coerenza complessiva del nostro piano strategico con la proposta di regolamento per l’AI pubblicata il 21 aprile 2021 dalla Commissione europea. Da più parti si affermava che uno strumento basato su AI può considerarsi affidabile se connotato da legalità (rispettoso di leggi e regolamenti applicabili), etico (rispettoso dei principi e valori etici), robusto (in senso tecnico e dell’ambiente sociale).

La seconda problematica riguarda la responsabilità civile dei danni derivanti dall’utilizzo dell’AI, oltre che dai software. Una questione che s’interseca con il l’ampio contesto delle politiche verdi dell’Unione Europea. Un nuovo slancio a questi temi deriva dalla pubblicazione della consultazione pubblica conclusa il 10 gennaio 2022, rivolta a produttori, sviluppatori di software e altre imprese (soprattutto PMI).

In conclusione

E di queste tematiche dovrebbe tener conto il gruppo di lavoro che si sta occupando di implementare il Programma Strategico sulla AI in Italia. Il livello di digitalizzazione di un Paese rappresenta ormai un indice-chiave di valutazione del grado di sviluppo con cui i governi devono confrontarsi. Anche l’Italia si troverà davanti a un’opportunità senza precedenti per sviluppare tecnologie come l’AI e la Blockchain, grazie alle risorse del NextGenerationEU, il piano di ripresa dell’economia europea con finanziamenti, per il periodo 2021-2027, di oltre 2mila miliardi di euro.

Primo importante segnale in tal senso è sicuramente il fondo di 45 milioni di euro, stanziato come previsto dal decreto attuativo. Da apprezzare il fatto che il decreto riserva preliminarmente una quota di finanziamenti alle attività situate nel Sud Italia e nelle isole (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia). Con la speranza che questo stanziamento possa fungere da apripista per il rilancio della strategia nazionale, anche nello sviluppo di un più ampio processo di transizione al digitale in Italia.

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Piano di crisis management, che cos’è e perché è così importante? Soprattutto, come predisporre una strategia efficace?

Con il termine crisis management s’indica il processo con cui un’organizzazione affronta una situazione che rischia di danneggiare performance e reputazione aziendale, attuando pratiche che permettono di prevenire, gestire e smussare le conseguenze negative della crisi.

Crisis management cos’è

Il crisis management è necessario per affrontare problemi e interruzioni che si verificano durante la normale attività lavorativa, provocati da eventi interni o esterni all’azienda e che possono comportare seri danni per la brand reputation, la performance aziendale o, in casi estremi, condurre al fallimento.

In quali casi parliamo di crisi aziendale?

La “crisi” si verifica quando fatti o eventi in grado di danneggiare la reputazione e la performance aziendale diventano di dominio pubblico, e si perde il controllo sull’informazione e le discussioni sul marchio, rendendo difficile gestire i flussi d’informazioni al riguardo. Dal momento che queste crisi possono danneggiare seriamente la reputazione di un’azienda, è bene dotarsi di strumenti di controllo atti a prevenire o a scongiurare le conseguenze di una crisi dell’organizzazione.

Le aziende devono essere pronte a queste sfide in qualsiasi momento e munirsi di strumenti e risorse adeguate per affrontare i problemi più difficilmente gestibili. L’obiettivo del crisis management è rispondere a minacce potenziali o effettive, implementando all’interno dell’azienda, con l’aiuto di veri professionisti, una condotta reattiva, nell’ottica del monitoraggio e della prevenzione di potenziali problemi che potrebbero danneggiare l’azienda e i suoi shareholder. In caso di emergenza, le decisioni vanno prese in maniera tempestiva, e per farlo è necessario stabilire un piano di crisis management efficace, con linee guida sulle azioni da intraprendere e sui soggetti da attivare.

Le fasi del crisis management

Il processo di crisis management può essere articolato in tre fasi distinte:

  • Ricerca, monitoraggio e preparazione

Nella prima fase si analizza l’ambiente interno ed esterno all’azienda. È possibile così individuare eventuali limiti, mancanze, rumori o qualunque tipo di vulnerabilità che possano rappresentare un rischio per l’integrità del business. In base alle ricerche e al monitoraggio, si procede all’elaborazione di un piano di gestione di crisi e alla realizzazione di pratiche di esercitazione e simulazione di crisi.

  • Risposta e adattamento

Nella seconda fase, l’azienda reagisce a una crisi imminente o in corso, sulla base delle linee guida stabilite in fase di preparazione, rimediando a incidenti inaspettati e svariati scenari di crisi che possono presentarsi.

  • Ripresa

Con l’ultima fase vengono attuate tutte le azioni volte a ripristinare lo status quo, e a minimizzare e riparare eventuali danni provocati all’azienda a tutti i soggetti coinvolti (con eventuali risarcimenti).

Tipologie di crisi aziendale

Prima di creare un piano di crisis management occorre, tuttavia, conoscere meglio le varie cause di crisi che possono colpire le aziende. A seconda di queste, l’intervento di crisis management può variare molto. In generale, possono verificarsi situazioni di questo tipo:

  • disastri naturali, epidemie e attentati: condizioni atmosferiche che provocano danni gravi alle infrastrutture, interrompendo le normali attività dell’azienda. Ad esempio, terremoti o attentati terroristici possono colpire i dipendenti e provocare morti e feriti;
  • attacchi criminali, azioni di sabotaggio o estorsione: queste problematiche possono mettere in cattiva luce la reputazione aziendale se l’organizzazione non è preparata a rispondere e a difendersi da false accuse false e intenzionali. Per difendere la propria posizione, l’azienda dovrà essere pronta a porre in essere, in breve tempo, misure adeguate per riparare eventuali danni causati e tutelarsi legalmente;
  • pratiche non sostenibili e corruzione: se ci sono in gioco pratiche di business intenzionali e dannose per gli stakeholder o per l’ambiente lavorativo, possono verificarsi corruzione e pratiche finanziarie illecite da contrastare;
  • errore umano: le crisi dovute a errori commessi da dipendenti o dal top management possono mettere a rischio la sicurezza o avere un impatto negativo sugli stakeholder, se non gestite adeguatamente
  • guasti tecnici: in presenza di guasti energetici o danni al sistema informatico, occorre intervenire per scongiurare gravi implicazioni per la produzione;
  • altre problematiche relative a carenza di innovazione e aggiornamento, crisi di comunicazione, conflitti con i dipendenti e sindacati. Si tratta di crisi che possono diventare oggetto di critica da parte dell’opinione pubblica, con conseguenti ripercussioni nel caso in cui l’azienda non riesca a dialogare in maniera appropriata con i soggetti interessati.

Ed esistono molti altri tipi di crisi che possono verificarsi, che possono essere individuati con un’attenta analisi per riuscire a pianificare le reazioni opportune.

Prevenzione delle crisi aziendali

Tra le attività di preparazione e prevenzione dev’essere sempre inserita anche la ricerca di nuovi tipi di crisi, che permettano di superare i limiti delle tradizionali categorie, inadatte alla crisi che sopraggiungerà.

La pratica di crisis management comprende quindi anche le attività di prevenzione e individuazione di tutti i potenziali scenari di crisi che possono emergere. Il piano di crisis management, quindi, è soltanto un elemento all’interno di un più ampio programma di gestione della crisi che l’azienda dovrebbe implementare.

Per cui, la strategia di crisis management deve comprendere la rilevazione dei “segnali deboli di crisi”, cioè indicatori di problematiche che comportano dei rischi per l’organizzazione, e valutare il grado di preparazione per affrontare questi rischi. Sono poche, infatti, le aziende che mettono alla prova la loro preparazione con esercizi di simulazione. L’attribuzione di ruoli e compiti da svolgere dai diversi soggetti in caso di crisi aziendale è fondamentale, e tutti i soggetti devono essere informati su cosa fare, in modo da attivarsi in modo tempestivo in caso di necessità.

Il ruolo dell’IoT

L’IoT può essere un punto di svolta nella prevenzione dei disastri attraverso dati basati su sensori in tempo reale. Vediamo alcuni esempi:

  • Veicoli che utilizzano la telematica
  • Livelli dell’acqua tramite sensori
  • Sensori per rilevare incendi, tornado, terremoti, nubifragi e attività vulcaniche
  • Protezione delle infrastrutture critiche attraverso la manutenzione predittiva delle risorse di gestione dei disastri.
  • Mitigazione dei pericoli attraverso il monitoraggio dell’ambiente utilizzando sensori per inquinanti e contaminanti, inclusi scenari radioattivi.
  • Abilitazione del sistema di monitoraggio di allerta precoce

Inoltre, l’IoT può essere un ottimo strumento per facilitare gli sforzi e le attività di ripristino attraverso:

  • Utilizzo della tecnologia dei sensori per l’identificazione e l’autenticazione dei beneficiari
  • Tecnologia dei sensori per l’identificazione e l’autenticazione dei beneficiari
  • Utilizzo di smart card e RFID per l’esborso agevolato
  • Creazione di una rete logistica virtuale che consente agli operatori dell’hub e ad altri di monitorare il traffico in tempo reale e facilitare la comunicazione tra tutte le parti coinvolte.

Vantaggi dell’IoT per il crisis management

Vediamo quindi quali sono i principali vantaggi dell’applicazione dell’IoT nella gestione dei disastri:

  • Le organizzazioni ottengono un quadro chiaro delle operazioni con la visibilità dei dati in tempo reale;
  • Le aziende possono estrarre dati attuali e storici da più fonti, trasformandoli in informazioni rapidamente accessibili e fruibili per decisioni più rapide e meglio informate;
  • Contribuisce a creare un unico hub di informazioni integrato;
  • Le agenzie possono costruire una solida fonte d’informazioni a cui tutti i soggetti, comprese le agenzie governative, le ONG, gli operatori delle infrastrutture e la community, possono contribuire e da cui lavorare;
  • Aumenta la collaborazione e l’interoperabilità: consente a tutte le parti interessate di lavorare insieme in modo più efficace creando flussi di lavoro, processi, moduli e piani coerenti e condivisibili che affrontano disastri ed emergenze di ogni tipo.

Come creare un piano di crisis management

Vediamo ora come creare un piano di crisis management efficace. Dal momento che esistono diverse tipologie di crisi aziendale, i piani d’intervento possono variare molto a seconda dello scenario da affrontare. Esistono però alcuni elementi che devono essere necessariamente considerati per lavorare a un piano di crisis management efficace.

Innanzitutto, è necessario studiare bene cause e vulnerabilità che potrebbero o che hanno portato a una crisi specifica, analizzare le relative conseguenze e stimare la dimensione dei danni nel breve e lungo termine. Dopo aver definito lo scenario di crisi su cui intervenire, si passa alla definizione delle linee guida da seguire, cioè alla creazione e di un protocollo d’azione dettagliato in cui vengono stabiliti i compiti e le persone che devono occuparsi di ognuno di essi.

Hai bisogno di un team che si occupi del tuo piano di crisis management per prevenire attacchi all’azienda? Rivolgiti agli specialisti del settore: contattaci da questa pagina.